Bruce Springsteen – Born in the USA

In “Born in the USA” c’è tutto: le lunghe strade polverose delle Highway, il blues sporco delle roadhouse, la voglia di cantare e guardare avanti verso il futuro. Senza scordarsi quanta strada si è percorsa fino ad allora.

di R. De Stefano – Casa del Vinile

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Bruce Springsteen

Sventurata la terra che ha bisogno di eroi. E nessuna terra, o nazione, o popolo, aveva meno bisogno di eroi come gli States, la Terra del  Sogno, da ricercare, raggiungere, conquistare.

Ma una volta entrati negli anni ’80, quel sogno sembra essere sepolto sotto le bordate di consumismo, divorato come un panino da McDonald’s, perso e dimenticato sotto gli orrori ancora bollenti di un Vietnam ormai fantasma del passato e il terrore di una Guerra Fredda, sempre davanti agli occhi dei cittadini del “più grande Paese al Mondo”.

Dov’era finito quello spirito combattivo, guerriero, la voglia di riscattarsi e di indicare la via a tutti?

Quella terra, ora sventurata, cercava un eroe. Quell’eroe che forse non si meritava ma di cui aveva bisogno.

Ed eccolo, con la chitarra in mano e il suo esercito: Bruce Springsteen e la E Street Band. Con il suo urlo di battaglia, un concetto semplice, fortissimo e immediato: “Born in the USA”.

Basterebbe la copertina dell’LP per scrivere un romanzo: Bruce – The Boss – con un paio di jeans e una maglietta bianca, cappello in tasca come ogni buon everyman americano orgoglioso del suo Paese, davanti alla bandiera a stelle e strisce. Nell’America di Reagan voleva dire solo una cosa: siamo qui, e siamo pronti per rivendicare le nostre origini, il nostro orgoglio e la nostra identità.

Non più con il sommesso canto di protesta di un Dylan o di una Baez, come 20 anni prima, ma con la forza di una orchestra (dove la voce più riconoscibile, oltre al Boss s’intende, è di Sua Santità Clarence Clemons al sax) e l’impatto di un inno.

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Bastano pochi secondi, dopo aver messo l’album, per capire la potenza di “Born in the USA”: le batterie compresse come tamburi da battaglia, i synth come fiati in marcia e la sua voce, quasi un urlo, a raccontare storie di quotidiana sopravvivenza in una nazione che sembra aver perso quella voglia di riscatto, e la ritrova rivendicando la sua unicità.

“Born in the USA” è non solo un successo – il più grande per Bruce – che proietta Springsteen nell’Olimpo del Rock definitivamente, ma anche un capolavoro, dove brani immortali come “I’m on fire” e “Dancing in the dark” svecchiano di colpo tutto il rock ascoltato fin’ora, mettendo un punto fisso nella musica degli anni ’80.

In “Born in the USA” c’è tutto: le lunghe strade polverose delle Highway, il blues sporco delle roadhouse, la voglia di cantare e guardare avanti verso il futuro. Senza scordarsi quanta strada si è percorsa fino ad allora.

Riccardo De Stefano

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